Sono in ospedale a trovare uno zio, passa il medico di turno, sento il suo nome, guardo il suo viso.
Ci conosciamo gli dico, anzi no, conosco tuo fratello era in classe con il mio al liceo, l’ho incontrato tanti anni fa. Mi risponde che suo fratello non c’è più da poche settimane, un infarto fulminante, troppo lavoro e troppo sport o forse il destino.
Gli dico che anche il mio non c’è più, un’immersione in un settembre di tanti anni fa e non è più tornato.
Siamo entrambi diventati primogeniti all’improvviso dopo un’infanzia in cui loro ci avevano aperto la strada.
Io sono del ’62 e tu? Anch’io. Io ho tre figli di cui due adolescenti 14 e 12 anni. Anch’io mi risponde, il primo un “battilocchio” e lei invece una piccola-odiosisima-ribelle?
Si gli rispondo io, esattamente, lo abbraccio per solidarietà visto che il "distacco adolescenziale" da mia figlia negli ultimi mesi è stato doloroso e difficile da mandar giu’.
Quanto ci hai messo a metabolizzare il fatto che tuo fratello non ci fosse più mi chiede. Ci penso e gli rispondo che forse non si metabolizza mai, poi mi viene in mente che gli verrà anche la rabbia verso di lui che andandosene così all’improvviso gli ha sconvolto l’esistenza, ma non glielo dico.
Parliamo 20 minuti circa e tante cose, tante emozioni sono state le stesse, abitando a
Rimango abbastanza sconvolto da questo incontro, da un lato è stato come incontrare un altro me stesso o vedermi allo specchio in un’altra dimensione, non so spiegare, è una strana sensazione, e mi tiene sveglio.







