Questo libro di Mario Calabresi mi è stato regalato un anno fa, ma non avevo avuto il coraggio di aprirlo, probabilmente perché so quanto le ferite degli altri inevitabilmente riaprano anche le proprie. Ieri pomeriggio però ho deciso di leggerlo e l’ho fatto tutto di un fiato, fermandomi solo tre o quattro volte per asciugarmi le lacrime , perché è un libro struggente pur nella sua semplicità.
Voglio dire grazie a Mario Calabresi per la delicatezza in cui ha raccontato la sua storia e quella di altri figli vittime innocenti di anni e violenze generate da un nulla mentale e politico di persone che, come ha detto un’altra delle figlie rese orfane da quegli anni, tentavano di riscattare le proprie vite senza prospettive nel peggiore dei modi.
Viene voglia di comprare degli spazi su tutti i giornali per compensare i necrologi che all’epoca non ci sono stati se la cosa non potesse sembrare esibizionistica laddove il silenzio e la dignità dei parenti delle vittime sono stati fragorosi nella latitanza da parte delle istituzioni.
Fa male sapere che alcuni dei figli nati dopo la morte dei loro padri giudici, poliziotti, semplici cittadini non siano riusciti a trovare la serenità che Mario Calabresi a suo modo ha raggiunto. Fa male sapere che lo Stato si sia preoccupato nel migliore dei casi di onorificenze e forse sussidi trascurando il supporto psicologico a persone violentate nell’anima e nella mente che continueranno tutta la vita a chiedersi perché proprio a loro.
La descrizione dell’infanzia dei Calabresi è resa in modo cosi’ sensibile e leggero da far venire voglia di stringere il libro a sé come per proteggere loro, in certi momenti si ha la sensazione di ritornare noi stessi bambini avvolti in una morbida coperta di lana in una fredda giornata d’inverno.
Nasce solidarietà, stima, rispetto, per qualcuno che ha vissuto una tragedia che poteva colpire chiunque, in questo paese dove i giornali continuano a sbattere mostri in prima pagina salvo scrivere qualche misero trafiletto nascosto quando i mostri si rivelano essere vittime.
In questo paese dove i giornali si preoccupano del cappello del premier e delle vacanze dei vip sarebbe forse il caso di produrre una migliore informazione che spieghi ai giovani muniti di bombolette spray che prima di scrivere sui muri certi slogan datati farebbero bene a capire cosa stanno scrivendo.